Sono sicuro che molti di voi siedono in silenzio e meditano con entrambi gli occhi chiusi sia prima che dopo la pratica. Qualcuno lo chiama mokuso (pensare in silenzio), altri meiso (pensare a occhi chiusi) oppure seiza (sedersi in silenzio). Quando ci si approccia al dojo, il maestro dovrebbe insegnare ai propri allievi il significato e il come fare meditazione. Mokuso, infatti, è importante tanto quanto l’allenamento vero e proprio. La posizione base durante la meditazione è sedersi con le ginocchia piegate indietro, mettere la mano destra davanti al proprio ombelico con il palmo rivolto in alto e la sinistra, posata sulla destra, rivolta sempre verso l’alto. Poi chiudere gli occhi lentamente (o lasciarli quasi aperti) e controllare il proprio respiro. Se si conosce come il daibutsu (in giapponese “Grande Buddha”, per estensione la sua statua) di Kamakura siede con le sue mani, questa è facile da immaginare. Questa è la posizione base durante la meditazione, ma non è necessariamente fissa. La parte più importante durante la meditazione non è la nostra posizione ma la nostra mente. Attraverso la meditazione organizziamo i pensieri e concentriamo la mente per cercare profondamente con il nostro cuore il modo di percepire nuove conoscenze. Durante la pratica, piuttosto che guardare ai movimenti, ci si potrebbe concentrare sul cambiamento di questa, se nei propri risultati si hanno specifici obiettivi mentali come “oggi mi focalizzo nel migliorare quest’area” o “alla fine di oggi voglio arrivare lì”.

Mokuso è quel momento quando si forma una corretta immagine mentale di quanto si voglia migliorare. Sportivi, professionisti o atleti olimpici quasi sempre incorporano questa specie di allenamento mentale, in cui essi immaginano dove vogliono essere. In Giappone è chiamato “image training”, dove si immaginano i movimenti che si faranno nella propria testa e pianificare così il percorso affinché quell’immagine diventi realtà. La meditazione prima dell’allenamento è una tipologia di “image training”. Mokuso dopo la pratica è anche un momento per calmare il nostro corpo e la nostra mente e si riflette inevitabilmente anche attraverso la pratica. È un momento per riflettere non solo se la pratica era giusta o sbagliata ma si riflette anche sulle proprie azioni e atteggiamenti. Si comincia cosi a capire le proprie debolezze quando si riflettono nel perché, attraverso la pratica, la nostra mente era instabile. Bisogna poi provare ad applicare queste riflessioni nell’allenamento successivo attraverso il Mokuso iniziale, in questo modo si può migliorare passo dopo passo.

Questo tipo di meditazione è chiamata mokuso, che è una forma diversa, spesso confusa con meiso. Ma qual è la differenza? Mokuso riguarda il pensiero, mentre meiso cerca di raggiugere la concentrazione o la consapevolezza. Sono simili in quanto entrambe coinvolgono una seduta silenziosa con gli occhi chiusi, ma le loro caratteristiche sono diametralmente opposte. Come abbiamo già sostenuto, in qualche dojo la chiamano invece “meiso!” o “seiza!”. Seiza indica semplicemente di sedersi in silenzio, tuttavia, in molti casi, le parole usate nel dojo non hanno necessariamente un significato specifico. La ragione per cui qualcuno usa “seiza” è perché nel kendo, diffusosi a livello mondiale, la sua pratica è seguita da molte persone delle più differenti culture e religioni, dove “seiza” ha una minor connotazione religiosa rispetto a “mokuso”, che è praticato in base alla tradizione buddhista. Qualcun altro usa “meiso”, ma il vero significato di meiso può anche avere dei significativi effetti durante la pratica e gli incontri, quindi sarebbe più propriamente corretto usare “meiso”, invece di “mokuso”. Apparentemente sembra solo sedersi e chiudere gli occhi ma quando ci si impegna a raggiungere con se stessi traguardi come “oggi raggiungerò quest’obiettivo”, questa pratica può aiutarti ad immaginare come idealmente vorrai che quell’obiettivo sarà raggiunto. È un momento vitale nel quale si raccolgono i propri pensieri affinché si entri nella giusta consapevolezza dell’esercizio di un’arte marziale. Molte persone non distinguono tra mokuso e meiso, ma se vengono realizzati entrambi nella corretta interpretazione dei loro differenti scopi, questi potrebbero condurre ad una miglior qualità dell’arte marziale.

Grazie a Daniele Molinaro per la segnalazione e la traduzione.

Fonte: https://weblog.tozando.com/why-mokuso/

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